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Nome dell'ospite
Emanuela Bongirolami
Vi presentiamo l'ospite
La dottoressa Emanuela Bongirolami, si è Diplomata in Logopedia Presso La Scuola Regionale Di Ariccia, si è poi Laureata in Logopedia Presso l’Università Degli Studi La Sapienza Di Roma. E’ specializzata in L.I.S. ( Lingua Italiana Dei Segni) Presso il S.L.I.S. Di Via Nomentana a Roma, e si è poi Specializzata in C.A.A. ( Comunicazione Aumentativa Alternativa) presso l’Istituto S. Benedetto D’Intino di Milano. Ha accumulato una esperienza pluriennale in riabilitazione logopedica con bambini minorati della vista ed in particolare con bambini pluriminorati.
Intervento
Linguaggio e prelinguaggio nei bambini minorati della vista
Testo

Linguaggio e prelinguaggio nei bambini minorati della vista

ALLA BASE DELL’ACQUISIZIONE LINGUISTICA C’E’ LA CONOSCENZA DEL REALE.
(la fase prelinguistica come evento fondante …)

L’acquisizione del linguaggio è un percorso formativo e conoscitivo molto complesso, che si articola in varie fasi, nelle quali competenze diverse si susseguono, si rinforzano, si intrecciano tracciando un percorso evolutivo che non è lineare, ma concentrico. L’olfatto, l’udito, la vista, il tatto, il movimento sono strutture e funzioni che entrano in gioco già nei primi giorni di vita del bambino come componenti attive nel percorso evolutivo globale e nei percorsi specifici paralleli, come per l’acquisizione del linguaggio.
Se una o più di queste strutture viene a mancare o non funziona come dovrebbe, il percorso evolutivo, per potersi compiere, dovrà appoggiarsi sulle strutture e funzioni ancora attive, sfruttando al massimo la plasticità e la capacità di ottimizzazione del sistema nervoso che, nel bambino, è pronto a ristrutturarsi secondo l’esigenza del momento e a vicariare le parti di esso destinate alle strutture-funzioni compromesse su quelle ancora in funzione, potenziandone la possibile competenza. Ora, è chiaro che l’olfatto è un senso importante, ma non possederlo non comporta un cambiamento sostanziale nel percorso evolutivo globale, né tanto meno nel percorso di acquisizione specifico di cui ci si sta occupando in questa trattazione. Invece, per un bambino cieco, il percorso di acquisizione del linguaggio verbale presenta un brusco rallentamento nel raggiungimento di alcune capacità, che appartengono alla fase prelinguistica e che sono alla base dell’acquisizione del linguaggio verbale. Tale rallentamento può rientrare in un quadro fisiologico, cioè un rallentamento sulla tabella di marcia che appartiene ad una grossa fetta di popolazione di bambini ciechi, che hanno acquisito e sviluppato comunque il linguaggio verbale.
In altre situazioni, il percorso di acquisizione linguistica presenta delle varianze, determinate da un quadro di pluriminorazione e/o legate a scelte riabilitative e a limiti oggettivi, che allontanano il percorso evolutivo dallo standard di riferimento.
Ci sono poi situazioni in cui è l’ambiente nel quale il bambino vive che non è pronto ad accoglierne le esigenze e quindi, invece di facilitare il percorso evolutivo dello stesso, lo devia attraverso comportamenti non facilitanti o errati. Queste situazioni potrebbero potenzialmente avvicinarsi ad un quadro fisiologico e, invece, rientrano in un quadro patologico.Deve essere chiaro, però, che difficilmente ci sono quadri così definiti e che, nell’analisi di un sistema dinamico, spesso il rallentamento, la varianza, la deviazione si ritrovano tutti, con incidenza diversa e in momenti diversi, in un unico sistema: bambino, diagnosi, ambiente, genitori, nonni ecc…
La vista è una componente importante, ma non determinante, per l’acquisizione verbale, perché supporta lo sviluppo della capacità di imitazione, velocizza la capacità di esplorazione e quindi di conoscenza dell’ambiente circostante e delle regole che lo caratterizzano, palesa la condivisione di intenti, stimola a distanza l’ampliamento delle conoscenze e le consolida, permette la triangolazione a distanza, palesa lo spostamento dell’attenzione, permette l’indicazione ecc.. . Dietro il dito di un bambino che indica un giocattolo borbottando qualcosa, mentre con lo sguardo si sposta dall’oggetto al genitore e viceversa, c’è un mondo che tenta di fare un salto dalla fase prelinguistica ad una fase linguistica. È un salto importante, per un bambino vedente, ma ancora più importante diventa per un bambino cieco, che da quel salto in poi, conoscerà molto proprio attraverso il linguaggio. Ma cosa avviene nel periodo prelinguistico di un bambino vedente? Mi soffermerò molto su quello che può essere, a grandi linee, il percorso di acquisizione linguistica in uno stadio prelinguistico di bambini vedenti, poiché, è uno stadio molto importante per un bambino cieco.
Mi è capitato spesso di parlare con genitori di bambini ciechi e dover spiegare che imparare a parlare non è una cosa che il bambino vedente fa istintivamente o casualmente, ma un percorso lungo e faticoso e non meno complesso, nel quale più acquisizioni entrano in gioco e, così pure, più situazioni e attori. Quindi per un bambino cieco? Un bambino vedente lasciato a se stesso non arriverà ad imparare a parlare. E un bambino cieco? Nel bambino vedente, tutto avviene secondo leggi biologiche e regole comportamentali millenarie e tutto sembra, sottolineo sembra, semplice e scontato, solo perché ormai stabilito dalla filogenesi, dalla selezione di comportamenti biologici e ambientali che costituiscono un sistema armonico, e dalla vista che velocizza e permette una conoscenza a distanza. Basta un piccolo intoppo, una falla durante il percorso, che tutto il sistema salta. E non sempre il sistema diviene problematico solo per le difficoltà del bambino, bensì, anche per le difficoltà che l’ambiente ha nel comprendere i bisogni del bambino, di quel bambino, che ha dei limiti oggettivi per esprimerli a pieno. Conoscere il percorso di acquisizione linguistica, ci aiuta a capire quali sono le tappe fondamentali che ogni bambino deve raggiungere e dove e come è possibile intervenire per facilitare il bambino nel percorso di crescita, in particolare nei e con i sistemi che presentano delle anomalie.
La visione permette lo scambio di sguardi tra madre e bambino, che, inevitabilmente, intensificano e armonizzano il rapporto primario tra i due, un rapporto che avviene anche attraverso altre modalità, come l’odore, l’udito e il tatto, ma queste modalità, da lì a poco, vengono prevaricate dalla vista, che diverrà il senso principale usato dal bambino e insieme e consequenzialmente usato dall’adulto referente nello scambio comunicativo e non solo. Infatti, come già detto precedentemente, la vista è un senso che velocizza le acquisizioni e gli apprendimenti rispetto agli altri sensi, per cui, in natura, è il senso predominante.
Il sorriso, il pianto, la reazione di evitamento, alcune espressioni del viso, la possibilità di emettere suoni sono capacità potenzialmente innate, che hanno bisogno di essere consolidate e ampliate, per renderle appieno funzionanti e significative. La vista ha un ruolo importantissimo nel consolidamento del sorriso, per esempio, della mimica facciale e della capacità imitativa più in generale. Attraverso la vista, un bambino, che non si muove ancora autonomamente, viene stimolato, indirettamente, anche dall’ambiente circostante, senza avere bisogno del continuo intervento attivo dell’ adulto di riferimento. La vista permette al bambino di avere, da subito, un’idea dello spazio nel quale è immerso e quindi, di essere più sicuro nei primi movimenti e più attivo motoriamente, proprio perché, i primi approcci motori sono guidati dalla visione. Il bambino ha da subito la potenzialità di essere attivo e, non meno, reattivo nel e all’ambiente che lo circonda. Parlo spesso di POTENZIALITA’, proprio per dare l’idea della capacità in divenire, il bambino non riesce da subito a mettere in atto comportamenti specifici, altamente specializzati, ma ha in se la possibilità di poterlo fare, se l’ambiente, nel quale il bambino vive, entra in relazione con lui. E questo vale per ogni bambino con difficoltà.
Il sorriso come riflesso, il pianto, in risposta ad un dolore o alla fame, attraverso il quale il bambino emette suoni, l’attrazione visiva verso i volti e la mimica, o oggetti in movimento, il movimento grossolano, il gorgheggio, in divenire, si trasformano in reazioni intelligenti a stimoli di vario genere, ma ben definiti, come quelli derivanti dai volti degli adulti di riferimento e/o dalle loro voci. Le reazioni del bambino hanno tutte una doppia valenza: il bambino allena le sue potenzialità e offre un rinforzo positivo all’adulto, che continua a riproporsi, per lungo tempo, nella stessa maniera. Questa è comunicazione. L’adulto è portato ad andare oltre e tocca il bambino, inserisce il turno prima io poi tu, come, ad esempio, accade nel gioco del caro-caro, bubu-settete e, in seguito ,sarà naturalmente portato ad inserire un giochino tra lui e il bambino. Il bambino inizia così a guardare il genitore, a spostare lo sguardo dal genitore all’oggetto e, poi, tenta di afferrare il gioco, per poterlo avvicinare a se ed esplorarlo con il tatto e con la bocca. Il giocattolino non sarà sempre lo stesso, anche se, sicuramente, il bambino farà capire al genitore, tenendo il gioco ed esplorandolo, che, il gioco proposto, va bene per un periodo relativamente breve, poi verrà sostituito e così la sostituzione avverrà sempre più velocemente, visto che il bambino, contemporaneamente ,avrà affinato la sua capacità esplorativa e conoscitiva. Nel momento descritto prima, dobbiamo prendere in considerazione un evento, anch’esso, importante e cioè, il percorso in divenire dell’attenzione condivisa.
In seguito, ogni gioco avrà un nome, spesso nomi bizzarri, ma molto semplici, che assomigliano alla lallazione (suoni sillabici) del bambino, come, ad esempio, i nomi che vengono dati ai pupazzi: babba, fuffi, pupi, lalla, bubu ecc…, ai bisogni primari: bumba per acqua o bere ecc.., così, la lallazione del bambino diviene significativa e il semplice gioco verbale o la canzoncina del ma ma ma diventa MAMMA. Il bambino, ora, è in posizione seduta e alcuni bambini iniziano ad appropriarsi dello spazio muovendosi autonomamente, a carponi o in posizione eretta, toccano, esplorano come lo spazio varia a seconda della loro posizione, affinano, compensando tattilmente ,quel pezzo di realtà che fino ad allora avevano in buona parte conosciuto attraverso la vista. È proprio all’ora, che iniziano a manifestarsi due eventi importanti: l’indicazione del bambino verso l’oggetto; la triangolazione: il bambino guarda il genitore, mentre indica e sposta lo sguardo sull’oggetto che vuole, per poi guardare nuovamente il genitore, in segno di richiesta. A volte, il bambino accompagna tali eventi con tentativi di denominazione verbali non sempre comprensibili, ai quali si aggancia l’anticipazione e la correzione verbali attuate dal genitore, che inizia a pretendere dal bambino una produzione verbale sempre più comprensibile e specifica, visto che, il bambino stesso dimostra di saper individuare quello che vuole. L’anticipazione verbale, quando non è presente l’oggetto denominato, non ha significato specifico, se il bambino non ha consolidato la permanenza dell’ oggetto, ossia, la capacità di immaginare l’oggetto, di sapere che l’oggetto esiste, anche se non viene visto. Infatti, per un lungo tempo, il bambino non ha idea dell’oggetto, a meno che non sia sotto il suo sguardo. L’anticipazione verbale, però, può avere un significato di rinforzo, nell’acquisizione del linguaggio verbale come rievocazione, e di consolidamento della permanenza dell’oggetto. Infatti, non sempre le acquisizioni specifiche si susseguono, anzi, spesso, l’una rinforza l’altra, la permanenza dell’oggetto viene consolidata attraverso l’esercizio dell’anticipazione verbale e della ripetizione della rievocazione, l’ampliamento linguistico deve avere la possibilità di immagini mentali, di oggetti prima e categorie dopo, alle quali attaccare una etichetta, cioè un nome o, ancora meglio, una parola. Per ogni oggetto ci sarà un sostantivo o nome, così pure, per ogni azione ci sarà un verbo come ad esempio: volere, dare, mettere, prendere, buttare.
L’acquisizione linguistica non è solo ripetere alcuni suoni come li fa la mamma, anche se questo è un momento importante per un bambino e per un genitore, poiché si gioca con la forma della parola e con lo scambio comunicativo, ma è anche espressione di una volontà e, quindi, è intenzionalità comunicativa, che viene espressa a pieno con l’indicazione e la triangolazione, bisogni, desideri, principi, pensieri e contenuti sempre più complessi, così, come sarà sempre più complesso il linguaggio usato per esprimerli. Da ciò, spero si capisca quanto sia importante aiutare il bambino con difficoltà, prima di tutto, a costruirsi delle strategie, che gli permettano di decodificare e conoscere l’ambiente nel quale è immerso, non meno, le regole che lo sottendono, usando modalità alternative alla vista e se necessario dei tempi di consolidamento delle conoscenze molto soggettivi. Solo così, il bambino riuscirà a riempirsi di conoscenza, che potrà esprimere attraverso le varie etichette costruite insieme al genitore nell’interazione verbale con il bambino.
In un sistema dinamico, nel quale, nasce un bambino cieco, che possiede delle potenzialità, la dinamicità dell’ambiente si comporta in maniera paradossale: o gli stimoli, da parte degli adulti, diminuiscono a dismisura, a tal punto, che il bambino ipostimolato non può raggiungere la conoscenza di ciò che lo circonda; o gli stimoli aumentano in maniera esagerata, a tal punto, da perdere le regole che sottendono normalmente un sistema non alterato, diminuendo la possibilità che il bambino possa estrapolare significati. Le carezze, il tocco delle mani, i giochi di scambio preverbale (gorgheggi e lallazione), lo scambio verbale (cantare delle canzoncine, anticipare un evento verbalmente come ham, buona la pappa mentre il bambino apre la bocca) vengono meno o usati in maniera indistinta nel tentativo di stimolare…stimolare…stimolare, come riempitivo del “vuoto” che circonda il bambino. I motivi di tali comportamenti sono molteplici e vanno dalle difficoltà psicologiche, che una mamma può incontrare nello stabilire il primo contatto con un figlio cieco, dall’accettare un bambino cieco, al comportamento del bambino stesso, che non sapendo cosa lo circonda oltre al suono, è ben attento a non muoversi, oltre che, a non guardare. Non entrerò in merito alle difficoltà psicologiche dei genitori, ma, da un punto di vista logopedico, tale situazione va presa in considerazione come dato di fatto, nel caso si presenti.
Il comportamento motorio del bambino cieco, si può dire, che non intervenga precocemente come parte attiva del rapporto comunicativo con l’adulto, e, quindi, non interviene da subito a rinforzare positivamente i comportamenti stimolanti dei genitori, ma ha bisogno di tempi maggiori e attenzioni particolari, affinché una manina possa ad esempio raggiungere il viso del genitore. Tenete sempre presente che il corpo come l’orecchio ascolta.
Un bambino che non si muove, un bambino che non mi guarda, un bambino che non mi parla, un bambino che non mi sorride, spesso, può essere un bambino in ascolto. Rendersi conto di come il sistema sia alterato, in un senso o nell’altro, e, contemporaneamente, avere conoscenza del percorso evolutivo fisiologico, ci può aiutare ad attivare quei comportamenti che un genitore mette naturalmente in atto con il proprio figlio, tenendo presente che le risposte del bambino cieco saranno meno evidenti o diverse rispetto alle risposte del bambino vedente (vi ricordo: strategia e modalità alternativa). Questo non significa che il bambino cieco non è interessato o partecipe ai nostri stimoli, ma che, il bambino ciec,o è molto attento ad usare l’udito come principale modalità attiva di decodificazione del mondo circostante, almeno, fino a quando non acquisirà una maggiore competenza motoria e tattile, che gli permetteranno, non solo, di dare una forma agli oggetti di cui conosceva solo il suono ed altro, ma anche, di proporsi in modo più attivo nell’interazione con l’altro. Il bambino si presenterà fermo, immobile proprio nel momento di maggiore attenzione e questo è un comportamento fisiologico, se si pensa che il bambino è in ascolto. Oltre all’udito, un senso che come la vista e l’olfatto lavora a distanza, c’è il tatto, un senso che lavora in vicinanza. Il bambino percepisce attraverso il tatto sensazioni gradevoli e sgradevoli, sensazioni di caldo e freddo, di vicinanza e lontananza e anche di tranquillità e agitazione, ma, tutto ciò, deve essergli “a portata di mano”. Ora, cosa possiamo fare noi adulti per entrare in relazione con il bambino, cosa fare affinché quella piccola mano ci tocchi il viso, come fare a condividere l’attenzione per un gioco o un evento ed essere certi che lui ci capisca, come aiutarlo in generale e in particolare a dirci cosa desidera?
E’ nella fase prelinguistica che si giocano molte partite interessanti e dove il concetto di ampliamento e di consolidamento delle capacità ha un valore supremo, in particolare in situazioni di cecità. E’ come costruire una casa. Le fondamenta richiedono un tempo ed un’attenzione maggiori di attuazione, ma poi la casa viene su velocemente mantenendo la robustezza.
Il bambino cieco ha difficoltà ad estrapolare le regole del gioco della vita, come costruire le fondamenta e non perché non ne ha la potenzialità, ma perché le modalità in suo possesso o non colgono la completezza della realtà che lo circonda (udito) o non colgono la realtà a distanza ( tatto). Se noi, adulti di riferimento non per caso, offriamo al bambino un ambiente e comportamenti dove le regole sono ben definite, lui potrà decodificarli attraverso l’udito e il tatto. Se Noi offriamo al bambino un viso nelle sue vicinanze, in una posizione ben definita e che canta o sollecita curiosità, il bambino riuscirà a localizzare, attraverso l’udito, la fonte sonora e, se in precedenza ha fatto esperienza tattile di quel viso, allungherà la manina verso la mamma o il papà. E il sorriso. che già in precedenza aveva mostrato nel riconoscere la voce, viene rinforzato e consolidato dal riconoscimento tattile. Le regole della comunicazione vanno offerte al bambino, poiché sarebbe improponibile pretenderle da lui che non le conosce. Le canzoncine, i giochi verbali, i giochi verbali e tattili come bella piazza, i giochi motori e verbali come sedia sediola, possono essere compresi e graditi anche da un bambino cieco. Gli scambi verbali durante la condivisione di un gioco o un momento quotidiano rendono significative le parole usate dall’adulto, un tocco particolare, che solo la mamma fa e/o un altro, che solo il papà fa, rendono significativi i comportamenti.
Riprendendo i punti fondamentali dell’ acquisizione del linguaggio verbale, descritti in precedenza, e relazionandoli a quello che è stato appena detto, possiamo iniziare a modificare noi e l’ambiente, a favore del bambino. Abbiamo detto che sorriso, pianto, gorgheggio, lallazione sono potenzialmente innati e appartengono al bambino, mentre il rinforzo positivo ha bisogno, per attuarsi, di due attori (adulto-bambino), l’attenzione condivisa, l’indicazione e la triangolazione hanno bisogno anche dell’ambiente circostante. Un ambino cieco, capace di toccare un oggetto in alto in attesa che qualcuno lo aiuti (indicazione) a prenderlo, o di scegliere tra più oggetti proposti dall’adulto di riferimento (triangolazione), è un bambino che conosce l’ambiente che lo circonda, è un bambino che ha acquisito e consolidato la permanenza dell’oggetto, è un bambino che ha toccato (visto) e condiviso con l’adulto gli ambienti e gli eventi della quotidianità (condivisione dell’attenzione), è un bambino che ha contenuti da voler esprimere (intenzionalità comunicativa).



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