[Immagine di mamma con bambino che guarda lontano]
Servizi Integrati On Line

I nostri ospiti illustri

Nome dell'ospite
Iacopo Balocco
Vi presentiamo l'ospite
Iacopo BALOCCO, è docente specializzato nella scuola secondaria di II° grado, docente incaricato presso la SSIS Lazio, consulente tiflodidattico ed informatico, redattore della rassegna stampa nazionale PressIntegrazione, autore del sito Jimmy Diottria.
Intervento
A CHE GIOCO GIOCHIAMO ?
Testo
A che gioco giochiamo

di Iacopo Balocco

“A che gioco giochiamo” è il titolo di un famoso libro di qualche anno fa che ha costruito l’ipotesi e gli strumenti di un nuovo tipo di analisi terapeutica, l’analisi transazionale, utilizzando la rappresentazione della realtà in forma di giochi. Adesso a me, a noi, interessa solo il titolo, poiché il titolo è quella frase tipica che tutti noi abbiamo detto per anni ai nostri genitori e ai nostri amici. Mi piace anche perché mette insieme la parola “gioco” con l’azione del “giocare”. E’ il massimo! Giocare a un gioco è molto più che semplicemente giocare.
Sarà per il mio cognome, ma sono un po’ di anni che mi occupo di giochi. In particolare ho sempre invitato gli studenti a giocare. E spesso, purtroppo, scopro che non sanno giocare.
Io sono un insegnante per il sostegno e lavoro nella scuola superiore, pertanto i miei studenti sono grandi, dovrebbero aver fatto o dovrebbero fare molte cose, non solo andare a scuola e fare riabilitazione. Ma giocare non è semplice così come può sembrare, infatti i bambini ci mettono anni per imparare a giocare. Io non ho nessuna intenzione di scrivere sull’importanza del gioco nella formazione della persona, altri lo hanno fatto e troverete in fondo all’articolo una piccola bibliografia, ma di certo vorrei saper rispondere alla mia domanda: perché i miei studenti non sanno giocare? Perché proprio gli studenti che dovrebbero fare più esperienza non “hanno” giochi? Quando dico “non hanno giochi” non significa che non posseggono la scatola del gioco, ma proprio che non sanno cosa significa giocare a un gioco.
Noi adulti consideriamo il gioco come un’attività caratterizzata da un proprio status e da un proprio contesto. I bambini, che identificano spontaneamente il gioco con la vita stessa, costituiscono un’eccezione, ma il processo educativo li condiziona abbastanza esplicitamente ad accettare il punto di vista degli adulti. Ovvero si gioca solo quando si DEVE giocare. Il gioco perde improvvisamente la sua dimensione atemporale e ri-creativa per diventare un obbligo, una disciplina, un momento strutturato. Nasce così il “gioco didattico”. Un tempo c’era la scuola dove si studiava, l’ospedale dove ci si riabilitava e la strada dove si giocava. Oggi si gioca a scuola, in ospedale ma non in strada e neanche a casa perché non c’è tempo. E poi con quali giochi? Con il “gioco didattico”, il famigerato gioco didattico, che offre esperienze a senso unico e che, una volta esaurita la funzione, viene subito abbandonato. E quindi ci serve un altro gioco didattico per stimolare, sollecitare, rafforzare questo e quello. Follia, pura follia. Ci vorrebbero tanti giochi quante sono le esperienze da stimolare, sollecitare, rafforzare. E poi dobbiamo trovare il gioco specifico e rispondente esattamente alle esigenze sensoriali o psicomotorie di questo o quel bambino. E quanto costano, questi giochi didattici. Allora compriamo giochi che concentrano un gran numero di funzioni, così il bambino non capisce più niente tanto lo si disorienta.
Mi capita spesso di incontrare insegnanti e genitori molto preoccupati di trovare il materiale “adatto”. Spendono fortune per comprare sussidi che probabilmente non useranno mai. E dimenticano che basterebbe passare da “adatto” ad “adattato” per risolvere molti dei loro problemi. Basterebbe cambiare prospettiva e dedicarsi alla creazione del gioco e del giocattolo e ricordarsi che ogni gioco ha mille variazioni. Il desiderio di smontare e rimontare un gioco, di scoprire tutte le possibilità nascoste, di provare, di cercare le mille variazioni costituiscono proprio il piacere del gioco, l’intelligenza del giocare. Allora occorre un cambiamento. Noi genitori, noi insegnanti, noi adulti dobbiamo cambiare la nostra idea di gioco e degli spazi per giocarci. Dobbiamo ricordare che cosa ha significato per noi giocare.
“La nave affonda! Mettete in salvo i bambini” – ordina il capitano. E’ così che otto piccoli naufraghi approdano all’isola degli Smemorati, dove otto anziani che vivono lì da molto tempo hanno dimenticato il resto del mondo, e perfino l’esistenza dei bambini.
Questo è un altro libro. L’ha scritto Bianca Pitzorno, famosa autrice di libri per ragazzi, e pubblicato per conto dell’Unicef. Durante la lettura scopriamo l’esistenza di quello che sarà l’articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia che stabilisce che tutti i bambini hanno il diritto di riposarsi, di giocare, di divertirsi, di esprimere la propria creatività e di partecipare alla vita artistica e culturale del paese in cui vivono. E lo scopriamo perché noi “grandi” lo abbiamo dimenticato, perché noi “grandi” ci rendiamo conto che c’è qualcosa che non va in questi piccoli uomini, così strani, così diversi da noi eppure così simili. Li guardiamo e ci domandiamo: che gusto c’è a cercare di acchiapparsi, a nascondersi .. che c’è da ridere?
Questo libro mi ha ricordato che ci devono essere un tempo e uno spazio adeguati per giocare, un tempo e uno spazio di proprietà del bambino dove solo lui può disporre di quel tempo e di quello spazio.
Ricapitoliamo.
Osservando i miei studenti mi sono accorto che esiste una carenza di gioco. Questa carenza è dovuta sia alla mancanza di giochi che alla mancanza di tempo e di spazio a disposizione. Ma , paradossalmente, questa carenza è dovuta anche all’eccessiva presenza di giochi strutturati, diciamo anche “noiosi”, e alla costrizione nei tempi, nei modi e negli spazi in cui il bambino DEVE giocare.
Come dicevo all’inizio mi piace giocare, mi piace giocare con mia figlia e mi piace avere a casa tanti giochi. Osservando mia figlia giocare da sola ho imparato che ai bambini piace costruire sia il gioco che il giocare. Dire “costruire” sembra banale, infatti tutti noi sappiamo per esperienza che “le costruzioni” sono adorate dai bambini, basta ricordare giochi quali i mattoncini Lego, i legnetti Kapla o le recenti barrette magnetiche del Geomag, ma questo è solo uno dei livelli del gioco. Il bambino difficilmente segue le “istruzioni” del gioco, questo lo fa un adulto, il bambino “inventa” il gioco, “prova” il gioco, insomma gioca con il gioco in modo assolutamente libero. Ecco perché è così difficile per noi giocare con i bambini ai loro giochi, perché noi non li capiamo, perché siamo grandi, purtroppo, e strutturati.
Ma non è solo questo che voglio dire, c’è anche un altro aspetto importante che vale la pena sottolineare, ed è il nostro approccio al gioco. Dicevo che dobbiamo cambiare prospettiva. Allora è importante ascoltare in modo nuovo, non come un addestratore o come un insegnate ma come un etologo, che osserva senza pregiudizi il comportamento di un essere vivente, per essere pronti a quella preziosa ricerca creativa e inventiva sulle possibili variazioni del gioco stesso. Spirito di osservazione, immaginazione e senso del divertimento sono le qualità che dobbiamo coltivare per aiutare i nostri figli e i nostri studenti a crescere e a sorridere a questo mondo ridotto a televisione, la quale è tutto (o niente!) tranne che un gioco.
Concludendo
- facciamo giocare i bambini
- facciamoli giocare secondo i loro tempi, spazi e modi
- seguiamo i bambini nel gioco, non agiamo al posto loro
- aiutiamoli a fare da soli
- evitiamo giochi troppo strutturati e con troppe funzioni
e ricordiamoci che i giochi devono essere sempre raggiungibili in modo autonomo dal bambino.
Il tempo del gioco, così come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.
Bibliografia
Arnold A., I giochi dei bambini, Mondadori, Milano, 1980
Bandet J. – Sarazanas R., Il bambino e i giocattoli, Armando, Roma, 1983
Berne Eric, A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano, 1967
Bruner J.S. – Jolly A. – Sylva K., Il gioco, Armando, Roma, 1981 (4 voll)
Callois R., I giochi e gli uomini, Bompiani, Milano, 1981
Chade J.J. – Temporini A., 110 giochi per ridurre l’handicap, Erickson, Trento
De Sanctis Ricciardone, Antropologia e gioco, Liguori, Napoli, 1994
Dossena G., Enciclopedia dei giochi, Utet, Torino, 1999
Huizinga J., Homo ludens, Einaudi, Torino, 1973 (Saggio introduttivo di U. Eco)
Kaiser A., Genius ludi: il gioco nella formazione umana, Armando, Roma, 2001
Lear R., Un gioco speciale, La Meridiana, Bari, 2003
Loos S., Novantanove giochi, EGA, Torino, 1989
Loos S. – Hoinkis U., Handicap? Anche noi giochiamo!, EGA, Torino, 2003
Pitzorno B., L’isola degli smemorati, Unicef, 2003
Trabona R., Una bambina cieca in ludoteca: il gioco, l’ handicap e le istituzioni, con oltre 1000 originali giochi bendati di gruppo e di movimento, Il Gabbiano, Latina, 1995

Vai all'elenco degli Interventi

Torna su



Pagina principale |  News |  Area di Psicologia Tiflologica  |  Area delle ipovisioni |  Area Leggi alla mano |  Forum dei genitori |  I nostri Ospiti illustri |  Bibliografia italiana |  Catalogo Unificato degli Ausili  |  Altri siti collegati |  Registrazione utenti |  Privacy |  Scrivici

Valid HTML 4.01! Level Triple-A conformance icon,  W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0