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| Nome dell'ospite |
| Giulio Nardone |
| Vi presentiamo l'ospite |
| Giulio Nardone, avvocato, Presidente nazionale dell’ Associazione Disabili Visivi, non vedente dall’ età di venticinque anni, ha al suo attivo quasi mille immersioni in tutti i mari del mondo e si sta prodigando per invogliare i non vedenti a praticare lo sport subacqueo, così come ha fatto negli ultimi 20 anni per lo sci di discesa e di fondo, attualmente praticati da quasi un migliaio di disabili visivi. Da non vedente ha raggiunto il massimo livello di valutazione nello sci di discesa e ha praticato anche il judo, arivando fino al livello di cintura marrone. |
| Intervento |
| I NON VEDENTI E LO SPORT |
| Testo |
| I non vedenti e lo sport Non sempre viene recepita l’ importanza che hanno l’ educazione fisica e lo sport nel processo di formazione psico-fisica dell’ individuo, svalutando erroneamente tali pratiche alla stregua di passatempi o al massimo di cure estetiche. Quando poi si tratta di soggetti colpiti da menomazioni fisiche o sensoriali, si riscontra anche presso gli addetti ai lavori la fallace convinzione che tali soggetti siano inidonei allo svolgimento di qualsiasi attività ginnico-sportiva. E’ infatti sintomatico che alcuni insegnanti di educazione fisica abbiano insistito affinché degli alunni non vedenti chiedessero l’ esonero da tale disciplina. Niente di più errato: per tutti, ma ancora di più per i soggetti con minorazioni, lo sport dev’ essere considerato non soltanto come una modalità sana e costruttiva di utilizzazione del tempo libero, ma come mezzo per realizzare obiettivi ulteriori di particolare valore morale e sociale. Considerando lo specifico settore dei non vedenti, oltre ai benefici diretti che si possono trarre sul piano fisico e muscolare, così da ovviare agli inconvenienti di una vita troppo sedentaria, tipica di molti ciechi, va sottolineata la possibilità di combattere alcuni stereotipi comportamentali dei disabili visivi che vengono ricompresi nel termine di "ciechismi"; e ciò sotto diversi profili: - Lo sport è un modo di confrontarsi con gli altri, per instaurare un corretto rapporto interpersonale che non sia di semplice e passiva accettazione o di aspettativa di un aiuto che viene dall’ esterno, bensì un rapporto di vera solidarietà, non basato sul pietismo e sulla compassione, ma sulla comprensione reciproca e sulla reciproca stima e fiducia. Ciò può contribuire a superare il "ciechismo di relazione", che si esprime con quell’ atteggiamento di diffidenza, talora di chiusura, verso i soggetti vedenti, o, comunque, con la timidezza o la scontrosità proprie di molti non vedenti. - Lo sport è un modo di confrontarsi con lo spazio circostante; sono note le esitazioni, le incertezze e i timori con cui molti non vedenti affrontano spostamenti anche non particolarmente impegnativi. Lo spazio che ci circonda, in quanto non direttamente conoscibile con i sensi residui, poiché l’ udito e il tatto ci possono aiutare soltanto entro un piccolo raggio e ci danno ovviamente informazioni settoriali e incomplete, viene vissuto come "l’ ignoto", con tutte le conseguenti remore e paure. Di qui quello che può essere definito "ciechismo spaziale", che si traduce in un modo di camminare esitante, a piccoli passi, o nella carenza di gestualità, con movimenti delle braccia trattenuti entro distanze minime rispetto al proprio corpo. E’ evidente la benefica influenza che la pratica sportiva può esercitare in tal senso. - Lo sport è anche un modo di confrontarsi con sè stessi, superando così alcune difficoltà psicologiche proprie dei non vedenti, quel "ciechismo psicologico" che si traduce talora in uno spiccato senso di insicurezza, di sfiducia, di scoraggiamento, con la conseguente tendenza all’ inazione e alla passività. Il riuscire a svolgere attività sportive comunemente ritenute non praticabili da chi non vede, è un efficace mezzo per acquistare fiducia in sè stessi, accrescere l’ autostima e per capovolgere degli atteggiamenti psicologici negativi. Si può così conseguire l’ importante obiettivo di non concentrare la propria attenzione su ciò che a causa della minorazione non si è in grado di fare, bensì su tutto ciò che, malgrado l’ handicap, si riesce ugualmente a fare. - Lo sport è un modo di confrontarsi con la fatica e con la sofferenza, di conoscere e di accettare i propri limiti. Spesso i ciechi, come altri soggetti con minorazioni, si avviluppano nella loro sofferenza come in un bozzolo protettivo, e quei limiti, ovviamente più angusti della media, vengono esibiti ed esaltati quasi in segno di sfida verso i più fortunati, configurando un "ciechismo comportamentale" masochistico all’ interno e talora protervo verso l’ esterno. Al contrario, l’ abitudine ad una sofferenza non imposta dal fato, ma liberamente scelta e accettata quale mezzo per il conseguimento di certi risultati sportivi, come anche la consapevolezza dell’ esistenza di limiti fisiologici e non patologici, comuni a tutti gli esseri umani, possono contribuire sostanzialmente ad incanalare in senso positivo energie altrimenti sprecate in un vano e sterile revanscismo verso la vita e verso il prossimo. Non si vuole certo sostenere, e sarebbe ingenuo il farlo, che lo sport sia capace di risolvere tutte le situazioni di disagio più o meno direttamente connesse con il fenomeno dell’ handicap. Non bisogna nemmeno ritenere che risultati ugualmente positivi non si possano ottenere con altri mezzi, quali la realizzazione della propria personalità attraverso l’ arte o le soddisfazioni professionali nel campo del lavoro o le semplici gioie della famiglia. Ma a ben vedere, queste altre soluzioni dipendono in massima parte da favorevoli attitudini o predisposizioni o, comunque, da circostanze spesso del tutto casuali, mentre la pratica sportiva dipende quasi sempre esclusivamente da un minimo di buona volontà e di determinazione del soggetto. Ma c’ è anche da aggiungere che, in quanto capace di modificare in senso positivo sia l’ atteggiamento psicologico che il comportamento esterno del soggetto con minorazione, lo sport può essere idoneo ad influire positivamente proprio su quelle stesse situazioni, in particolare su quelle professionali e familiari. Si tratta, per i non vedenti, di sostituire ad una mentalità perdente una mentalità vincente, non nel senso della necessità di perseguire successi nelle competizioni sportive o di battere record, traguardi necessariamente riservati a pochi soggetti, ma di acquisire tale mentalità come atteggiamento psicologico nelle continue competizioni con noi stessi e con gli altri cui la vita ci obbliga. Ma quali sono le attività sportive concretamente praticabili dai non vedenti? Sorvoliamo su quelle già tradizionalmente svolte quali il nuoto, la ginnastica, il tandem o il torball, un gioco questo senz’ altro utile e divertente, inventato su misura per i non vedenti, ma proprio per questo carente sotto almeno due degli aspetti sopra esaminati. Per gli altri sport sembrerebbero esistere barriere pratiche difficilmente superabili, ma in realtà molte di esse sono frutto di scarsa conoscenza delle potenzialità residue dei soggetti con minorazioni visive o di ignoranza dell’ esistenza di ausili tecnologici idonei a superarle. Così sono perfettamente praticabili, e in concreto praticati da numerosi non vedenti, lo sci di discesa e di fondo, l’ atletica leggera e quella pesante, il judo, il taikwando, l’ arrampicata sulla roccia, il golf, il tiro con l’ arco, la vela, la subacquea, il canottaggio e la canoa. Sono anche praticati alcuni sport di squadra, come il calcetto e il baseball, con delle regole alquanto diversificate rispetto al gioco classico, per renderlo accessibile a chi non vede;da qualche anno si svolgono anche campionati italiani di questi sport.. Lo sci alpino e nordico. Sono ormai alcune migliaia i ciechi e ipovedenti italiani che praticano queste discipline. Fin dal 1983 l’ Associazione Disabili Visivi organizza settimane bianche per sciatori ciechi, sia per il fondo che per la discesa e nel 1990 ha curato la pubblicazione di un mio manuale destinato alla formazione delle guide, intitolato "Sciare ad occhi chiusi". Infatti il disabile visivo deve essere accompagnato da guide appositamente addestrate che lo indirizzano correttamente e gli fanno evitare gli ostacoli che si possono frapporre lungo il percorso. La guida può avvenire a viva voce o mediante dispositivi elettronici. Dopo vari anni di prove tecniche ed esperimenti con apparecchi trasmittenti autocostruiti, abbiamo individuato gli apparati che rispondono alle specifiche esigenze di affidabilità e sicurezza e che vengono utilizzati dai discesisti più esperti e veloci. . I risultati ottenuti sono pienamente soddisfacenti: di solito anche i non vedenti che non hanno mai toccato un paio di sci sono in grado, a partire dal terzo giorno, di utilizzare gli impianti di risalita e di effettuare discese con curve a spazzaneve. Ho già accennato al mezzo tecnico che consente alla voce della guida di raggiungere costantemente ed in qualunque circostanza lo sciatore cieco; è ovvio che per ottenere buoni risultati, tra i due si deve stabilire una perfetta intesa, fatta di fiducia reciproca: il non vedente deve confidare "ciecamente" - è il caso di dirlo - nella perizia e nella prudenza della guida, mentre quest’ ultima deve essere sicura della prontezza e della docilità del non vedente nell’ eseguire gli ordini. Ciò implica anche l’ acquisizione di una tecnica di ottimo livello che consenta al non vedente una discesa perfettamente controllata e di limitare la velocità anche in presenza di forti pendenze. Naturalmente vengono preferite le piste larghe e prive di pericoli e si attende, per effettuare i tratti di discesa, che esse siano il più possibile sgombre. I discesisti ciechi indossano una giacca a vento di colore giallo brillante, attraversata da una striscia orizzontale nera; in alternativa essi sono riconoscibili da pettorali e dorsali gialli, recanti in nero la lettera B (iniziale di blind) e tre grossi dischi neri. Una più diffusa conoscenza di tale segno distintivo internazionale da parte degli altri sciatori è senz’ altro auspicabile e renderebbe ancora più semplice e sicura tale pratica sportiva. Lo sci di fondo può essere praticato senza particolari problemi con la guida a voce diretta; anzi, in presenza di piste facili e ben segnate dagli appositi binari, ciascun istruttore è in grado di seguire anche tre o quattro fondisti non vedenti o ipovedenti. Entrambi i tipi di sci possono formare oggetto di attività agonistica da parte dei ciechi. Lo sci nautico non presenta alcuna particolare difficoltà, purché chi conduce il motoscafo passi a distanza di totale sicurezza da qualunque ostacolo,fisso o mobile. La subacquea per non vedenti. In Italia sono ormai una sessantina i non vedenti che praticano lo sport subacqueo. Ma cos’ è che può spingere chi non vede ad immergersi in acque dolci o salate? In effetti può sembrare strano o semplicemente inutile che un cieco si immerga in un mondo in cui il suo più importante senso residuo è sostanzialmente inutilizzabile, dato che spesso l’ unico rumore percepibile è quello prodotto dalle bolle d’ aria dell’ autorespiratore; ma in realtà non è così, dato che il tatto consente di esplorare rocce, coralli, conchiglie, spugne e alghe dalle forme e consistenze più svariate e persino alcune specie di pesci che si lasciano avvicinare e toccare. Inoltre gli apparecchi di comunicazione subacquea ad ultrasuoni da noi sperimentati consentono un continuo dialogo fra il cieco ed il suo istruttore-guida, il quale fornisce tutte le informazioni visive sull’ ambiente e sugli incontri che si fanno e descrive aspetto e colori degli oggetti mentre il cieco li esplora tattilmente. Inoltre l’ assenza di peso offre una libertà di movimenti ed una vera e propria gioia di muoversi, difficilmente comprensibile da parte di chi non l’ ha sperimentata e paragonabile soltanto alle sensazioni che ciascuno di noi ha provato nei sogni abbastanza ricorrenti in cui immaginiamo di volare a corpo libero nello spazio. Il desiderio di far partecipi anche altri disabili visivi del mio entusiasmo e di risparmiare ad essi la fatica di dover inventare di sana pianta un loro modo di fare la subacquea, nonché quello di semplificare le cose a coloro che si troveranno ad accompagnare un cieco od un ipovedente, mi ha spinto a scrivere un libro, intitolato "Sott’ acqua con un cieco". In esso ho voluto, insieme alla coautrice, Maria Luisa Gargiulo, psicologa ed ipovedente lei stessa, suggerire dei comportamenti standard che ciascuno potrà poi adattare alle proprie esigenze, ma che potranno senz’ altro evitare tutta una serie di errori dovuti all’ inesperienza specifica. Credo che anche i disabili visivi, per i quali esiste una versione su cassetta magnetica o su floppy disk distribuite gratuitamente, possano trovare interessante leggerlo ed essere trascinati dal nostro entusiasmo, che forse riesce a trapelare qua e là, persino nelle pieghe dei suggerimenti tecnici e pratici. Particolarmente importante è la tecnica che ho inventato e che ho denominato "rudder", che in inglese significa timone. Essa fa in modo che il cieco non venga trascinato sott’ acqua come un bagaglio, ma che, al contrario, partecipi attivamente agli spostamenti, rendendosi così conto del percorso che viene effettuato e della posizione e dell’ andamento, sia orizzontale che verticale, delle rocce o della barriera corallina e dei suoi meravigliosi abitanti. Ma vorrei anche che quelle pagine potessero conseguire altri e più importanti fini di carattere generale: da un lato far meglio conoscere a tutti il cieco come persona, al di là degli stereotipi e dei pregiudizi correnti, in modo da convincere che, vista a parte, egli non è poi così strano e diverso. Dall’ altro lato, far comprendere che anche in questo, come in tanti altri casi della vita, nello stesso momento in cui si dà agli altri, si può anche ricevere molto. Il dover selezionare e poi descrivere le meraviglie della natura porta la guida a vederle con altri occhi, con maggiore attenzione, consapevolezza e partecipazione: mi sono spesso sentito dire dai miei accompagnatori che non avevano mai avvertito tanto profondamente la bellezza di quanto li circondava, come quando avevano dovuto descrivermela. Il progetto "Nautilus" Recentemente l’ Associazione Disabili Visivi ha patrocinato due interessanti progetti in tema di subacquea. Il primo, denominato "Nautilus", ovvero "Il mare a portata di mano", consiste nella realizzazione di riproduzioni di organismi viventi nei fondali marini, fedeli agli originali anche sotto il profilo tattile, che costituiscono il primo nucleo di un Museo tattile del fondo marino, mai fino ad ora realizzato al mondo. Gli scopi del progetto possono essere così riassunti: - avvicinare i disabili visivi all’ attività subacquea; - far conoscere attraverso il tatto le creature marine ai non vedenti, i quali altrimenti non ne avrebbero nemmeno un’ immagine mentale: per chi non ha mai visto foto o filmati, coralli, spugne, ecc. sono soltanto dei nomi senza un contenuto; - rivalutare anche presso i normovedenti il senso del tatto, ormai praticamente abbandonato e invece utile ad una conoscenza più completa della realtà esterna; - consentire ai subacquei normovedenti di rendersi conto della consistenza degli organismi marini, evitando peraltro i danni che soffrirebbero quelli veri se venissero toccati da tutti; - richiamare l’ attenzione dell’ opinione pubblica e in particolare dei giovani sull’ importanza del mare come fonte di vita e sulla necessità di conoscerlo e rispettarlo; - avvicinare i disabili visivi europei ed in generale il mondo della cultura alla conoscenza dei tesori storici e naturali conservati dal mare e dal Mediterraneo in particolare. Il progetto "Archeodive" Il secondo progetto, denominato "Archeodive", ossia immersioni archeologiche, muove dalla constatazione che i mari italiani offrono luoghi ricchi di attrattive non solo naturalistiche, ma anche archeologiche, costituite da relitti di navi romane, da ruderi di città sommerse e da oggetti antichi. L’ Associazione Disabili Visivi intende organizzare tali esplorazioni subacquee per i minorati della vista di tutta Europa. Grazie alla collaborazione delle soprintendenze archeologiche, è possibile visitare relitti in zone in cui le immersioni sono di solito proibite. Archeologi subacquei illustrano le zone esplorate, anche durante le immersioni stesse, per quei subacquei che sono forniti di comunicatori. Non è escluso che l’ archeologia subacquea possa offrire ai disabili visivi anche qualcosa in più rispetto ad un semplice svago. Infatti le attività di scavo nei fondali marini o lacustri, particolarmente quando si tratti di operazioni mirate a ricercare piccoli oggetti facenti parte del carico di antiche navi affondate, possono risultare veramente congeniali a chi possiede nel tatto un senso sviluppato e allenato, dato che l’ intorbidamento dell’ acqua che viene in tali casi provocato impedisce quasi totalmente l’ uso della vista. La vela Un altro sport che la maggior parte delle persone, soprattutto se non esperte in materia, non riterrebbero praticabile da parte di non vedenti è la vela. E invece essa è praticata da numerosi ciechi ed ipovedenti, sia a livello turistico che agonistico. Nel primo caso la vela rappresenta un esercizio sano e distensivo, svolto in piena sicurezza insieme a velisti normovedenti; anche chi non vede può imparare rapidamente a tenere in mano il timone e a correggere la rotta per prendere il vento nella maniera più idonea, avvertendone la direzione soprattutto con il bordo dei padiglioni auricolari. Qualche problema e un po’ più di tensione si può avere quando si naviga al gran lasco, ossia con il vento in piena poppa, dato che in questa situazione il vento si sente meno, poiché la barca viaggia ad una velocità quasi uguale a quella del vento stesso, e un errore di manovra potrebbe causare una strambata non controllata, ossia un rapido passaggio della vela principale, la randa, da un bordo all’ altro della barca, creando qualche pericolo per le persone e per le attrezzature. Con un po’ di esperienza, un cieco riesce anche a modificare, a seconda delle varie situazioni, la tensione della scotta, di quella corda cioè che regola la posizione della vela principale, la randa. Nella navigazione da diporto, comunque, il cieco è sempre accompagnato da dei normovedenti, i quali, oltretutto, badano ad evitare collisioni e a ritrovare la via del porto o dell’ approdo. Ben più sorprendente è il fatto che numerosi ciechi svolgono in questo settore una vera e propria attività agonistica, anche se le competizioni ufficiali ed internazionali riservate ad equipaggi in cui il timoniere è un cieco sono iniziate soltanto da pochi anni. E’ il caso del campionato mondiale per equipaggi misti, due vedenti e due ciechi, che partecipano su barche monotipo ad una regata di flotta; si tratta cioè di una competizione in cui si confrontano contemporaneamente numerose imbarcazioni e ciò, specialmente all’ atto di una affollata partenza, richiede al timoniere cieco una notevole bravura. Ma vi sono anche delle gare in cui i due o tre membri dell’ equipaggio sono tutti ciechi o ipovedenti; è il caso del campionato italiano "Homerus", nel quale viene utilizzata la formula del match-race, in cui cioè le barche si affrontano in una sfida a due per volta. In questo caso, ovviamente, la tecnologia deve supplire almeno in parte alla mancanza della percezione visiva: le barche sono dotate di uno strumento elettronico multifrequenza che ne consente la localizzazione da parte dell’ equipaggio avversario e quindi permette di evitare le collisioni, applicando le norme sulle precedenze imposte dal regolamento. Anche le boe intorno alle quali le barche devono effettuare la virata sono munite di un dispositivo acustico che emette suoni diversificati per la loro localizzazione. Il lago di Garda è il centro propulsore di questa attività in Italia. Lì si svolgono i corsi, un paio l’ anno, per insegnare ai disabili visivi la navigazione a vela; da questi corsi sono usciti finora una sessantina di velisti, alcuni dei quali hanno conquistato campionati europei e mondiali in questa specialità. Per i corsi vengono utilizzate barche a bulbo fisso di sei metri e mezzo di lunghezza. Il progetto "Homerus" è nato proprio sul lago di Garda nel 1996 e ha lo scopo ambizioso di consentire ai non vedenti di navigare senza l’ ausilio di persone vedenti, in completa autonomia ed anche in altura. Ciò naturalmente presuppone lo sviluppo di un apparecchio, denominato A.T.N.A. Esso è dotato di una sintesi vocale e deve consentire non soltanto di effettuare un esattissimo punto-nave e di indicare la rotta per raggiungere una data destinazione, alla pari di un normale G.P.S., ma deve anche essere capace di segnalare eventuali ostacoli e di collegarsi ad un computer per permettere al navigatore cieco di consultare le carte nautiche. Il rapido progresso tecnologico, inoltre, offre continuamente nuovi strumenti, sempre più perfezionati e sofisticati, atti a consentire anche manovre in spazi molto ridotti senza l’ ausilio della vista. Il tiro con l’ arco Una categoria di sport che si potrebbe ritenere assolutamente preclusa per chi non possiede la vista comprende tutti quelli che si basano sulla "mira", come il tiro al bersaglio, con qualunque mezzo esso sia effettuato. Effettivamente, in linea di principio, un cieco, soprattutto quando sia tale fin dalla nascita o dalla prima infanzia, ha una estrema difficoltà a collocare nello spazio gli oggetti che si trovano al di fuori del suo raggio d’ azione e che non può toccare direttamente con le mani. E’ quindi comprensibile che ci voglia un notevole impegno e intensi allenamenti per stabilire una relazione vettoriale fra il corpo del cieco e un oggetto distante da esso. La localizzazione del bersaglio può avvenire sostanzialmente in due modi diversi: o facendo scaturire da esso un segnale acustico ben direzionale, o prendendo come riferimento la posizione del proprio corpo rispetto ad un segnale fisico predisposto a tale scopo. Così, ad esempio, nel tiro con l’ arco i francesi usano il sistema acustico, mentre in Italia si preferisce il riferimento fisico. Quest’ ultima soluzione può essere realizzata a sua volta in vari modi, a seconda della filosofia prevalente nei più importanti centri in cui si pratica questo sport. Ad Asti viene impiegato un segmento di legno, fissato su un sostegno e orientato verso il bersaglio; l’ arciere cieco si pone accanto ad esso e cerca di realizzare un perfetto parallelismo tra esso e la freccia. A Firenze, invece, si utilizza un segnale a terra che consente al corpo del cieco di prendere una posizione sempre uguale rispetto al bersaglio. Questo sistema richiede una perfetta coordinazione muscolare e un’ estrema capacità di controllo del proprio corpo, dalla punta dei piedi fino alla punta delle dita della mano che tiene la freccia incoccata (). Nelle gare di tiro con l’ arco il bersaglio è costituito da un disco di paglia di un metro e venti di diametro, posto a diciotto metri dal tiratore; ma all’ inizio dell’ attività esso è posto molto più vicino e poi gradualmente allontanato, man mano che migliora l’ abilità dell’ arciere. Anche in questa pratica, come nella maggior parte delle altre attività della vita di un cieco, tutti i sensi residui devono cooperare al perseguimento dello scopo, anche se uno di essi risulta di volta in volta preponderante. In questo caso sono molto importanti l’ analisi propriocettiva, il perfetto controllo muscolare e della propria struttura scheletrica, unito ad una totale consapevolezza delle interrelazioni fra le varie parti del corpo. Tutto ciò si traduce in una proiezione della propria identità corporea verso il bersaglio che deve venire a coincidere con essa, cancellando lo spazio che intercorre fra i due. Se si obietta che ciò assomiglia più alla filosofia che ad un’ attività fisica, è facile rispondere che quest’ ultima non può mai prescindere da una elaborazione mentale e che stiamo soltanto parlando di un processo intellettivo molto raffinato. Non per nulla molti arcieri traggono estremo giovamento dallo yoga o dallo Zen e dal controllo delle funzioni vitali che tali pratiche consentono, quali la concentrazione, il rilassamento selettivo, la respirazione consapevole. L’ apprendimento della tecnica richiede anche una notevole capacità didattica da parte dell’ istruttore, data l’ impossibilità per il cieco di imparare attraverso l’ imitazione del gesto atletico. Anche durante l’ esecuzione dei tiri, l’ istruttore fornisce suggerimenti e informazioni sull’ esito della prova; comunque il cieco impara a ricevere direttamente un feed-back attraverso il suono che gli perviene dal bersaglio colpito, a seconda del punto e dell’ inclinazione con cui è avvenuto l’ impatto. Una risposta acustica molto più netta e significativa si ha quando al centro del "paglione" viene posto un palloncino che con il suo scoppio premia un tiro ben fatto. Certo, basterebbe la voce dell’ istruttore a comunicare il buon esito del tiro, ma anche questo è un modo per avvicinare ancora di più il cieco al vedente: lo scoppio che segue istantaneamente al tiro, in maniera automatica e non mediata, è l’ equivalente dello sguardo del vedente che fissa compiaciuto il cerchietto del centro, su cui si è infilzata la punta del dardo. Il tiro con l’ arco per i ciechi è uno sport giovane: è nato in Italia nel 1992 e il primo campionato nazionale sperimentale autorizzato dal CONI si è svolto nel maggio del 1999. Il numero degli arcieri ciechi è in continuo aumento e ciò fa ben sperare, non soltanto per il futuro di questo sport in particolare, ma anche per un diverso modo di affrontare la vita da parte delle nuove generazioni di disabili visivi. Essi infatti sembrano sempre più orientati a sfuggire alla tentazione di adagiarsi nell’ iperprotezione spesso loro offerta e negli aiuti pietistici e ad evitare di cadere nell’ autocommiserazione. Ogni barriera superata e ogni limite spostato più in avanti è una tappa importante verso una piena integrazione sociale di chi ha una menomazione. La fiorentina Cecilia Trinci è la persona che in Italia ha dato il massimo impulso a questo bellissimo sport e alla quale si deve l’ esauriente e approfondita spiegazione sulle sue modalità dis volgimento. Il judo Fra le arti marziali, quella che è più congeniale a chi ha problemi di vista è sicuramente il judo. Ciò dipende dal fatto che tale tipo di lotta prevede un contatto costante fra i due contendenti, anche se la presa non avviene direttamente su parti del corpo, ma bensì sul bavero e sulla manica del kimono speciale che viene indossato. Il semplice espediente consistente nel raccogliere più stoffa possibile nel pugno chiuso, in modo da avere le nocche della mano a contatto con il corpo dell’ avversario, consente al disabile visivo di avvertire molto chiaramente i suoi movimenti e quindi di prevenirli o di porre in essere le opportune tecniche di contrasto. Anche seguire le lezioni è molto semplice, soprattutto quando in una classe è inserito un solo allievo con disabilità visiva; infatti in tal caso è sufficiente che il maestro effettui la spiegazione delle varie tecniche utilizzando come partner il cieco, anziché un allievo qualunque, consentendogli così di notare con molta precisione i movimenti da lui effettuati, ancora meglio di quanto non possano fare gli altri allievi che si limitano ad osservare. Oltre alla valenza sportiva e di corretto esercizio fisico, il judo offre i vantaggi derivanti da un sano e leale agonismo; ma gli aspetti più importanti per chi ha problemi di vista risiedono nell’ acquisizione di una notevole capacità di controllo del proprio corpo, nello sviluppo del senso dell’ equilibrio, nell’ abitudine alla valutazione della posizione di questo in relazione allo spazio esterno, segnato dal perimetro del tappeto ("tatami") e soprattutto nell’ abilità nel limitare le conseguenze delle cadute, che viene appresa fin dalle prime lezioni. Le abilità così acquisite possono contribuire validamente a far superare situazioni di difficoltà o di pericolo che si possono verificare anche al di fuori dell’ attività sportiva. In particolare, il costante addestramento alle tecniche delle cadute controllate e quindi innocue, nonché l’ acquisizione di una notevole velocità di riflessi necessaria a reagire in maniera razionale e coordinata, e non emotivamente scomposta, alle continue sollecitazioni di squilibrio provocate dal partner, si sono spesso rivelati in pratica preziosi per evitare o limitare le conseguenze dannose dell’ urto contro ostacoli che si presentino improvvisamente davanti a chi non vede. E’ necessario a questo proposito tenere presente che il normovedente, anche quando non riesce ad evitare l’ impatto con un ostacolo animato o inanimato, ne avverte visivamente la presenza, anche se all’ ultimo momento, e riesce quindi a porre in essere con una certa tempestività i meccanismi reattivi di difesa; il non vedente, invece, non può accorgersi dell’ ostacolo, se non nel momento stesso in cui avviene l’ impatto: di qui la necessità che i tempi di reazione siano ridotti al minimo. Ciò non vale soltanto per i ciechi che coraggiosamente, secondo alcuni, incoscientemente, secondo altri, affrontano da soli le insidie degli spostamenti nel caos delle strade e purtroppo anche dei marciapiedi delle nostre città, ma anche per coloro che si affidano all’ assistenza di un accompagnatore, in quanto proprio questo affidarsi ad un altro riduce la soglia dell’ attenzione e della vigilanza: è sufficiente che l’ accompagnatore dimentichi di segnalare un gradino, si distragga un attimo o commetta un errore di valutazione spaziale, perché il cieco si trovi nella necessità di far ricorso alle sue capacità di reazione. Il taikwando. Senz’ altro più sorprendente è il fatto che vi siano dei ciechi che praticano il taikwando, un’ arte marziale coreana sul tipo del karate, che si basa su colpi portati con le mani e con i piedi. Qui non vi è costante contatto con il partner: il cieco deve localizzarne la posizione inizialmente per mezzo di campanelli legati ai polsi; ma successivamente dev’ essere in grado di individuarlo affinando la percezione uditiva, cosa che fanno peraltro anche gli atleti vedenti, i quali devono sostenere gli esami per il passaggio di grado da cintura rossa in sù combattendo bendati. In questo senso i ciechi potrebbero dirsi addirittura avvantaggiati dalla loro abituale condizione, ma è altresì indubbio il beneficio che ne possono ricavare, sia come accentuazione dell’ attenzione e della concentrazione sul canale uditivo, sia come sviluppo delle facoltà di orientamento spaziale e di equilibrio dinamico. Naturalmente anche in questo sport lo studio delle tecniche è preceduto da un’ intensa preparazione fisica. Atletica leggera. Non sono pochi i non vedenti che praticano la "regina degli sport", soprattutto nelle specialità della corsa e del salto in alto. Per effettuare gare di corsa veloce si può utilizzare una modalità consistente nel far svolgere le gare individualmente dagli atleti ciechi, preceduti o seguiti dalla cosiddetta "lepre", cioè da un accompagnatore che li guida a viva voce o mediante contatto fisico. In quest’ ultimo caso la corsa può essere effettuata anche insieme agli altri concorrenti non vedenti. Più spesso il tramite è costituito da una cordicella che unisce il cieco alla sua guida. Tutto è evidentemente più facile nel mezzofondo e nel fondo. Recentemente un atleta non vedente italiano si è cimentato anche nella corsa ad ostacoli, ottenendo buoni tempi, ma non ha potuto confrontarsi con altri atleti per mancanza di concorrenti.E’ infatti piuttosto difficile creare degli automatismi costanti che consentano di effettuare lo stacco sempre alla corretta distanza dall’ ostacolo, anche se a ciò concorrono i suggerimenti della guida che lo affianca. Canottaggio e canoa Il canottaggio è praticabile da un non vedente senza particolari problemi, purché si tratti di un tipo di imbarcazione che preveda la presenza del timoniere; questa è necessaria non solo per il mantenimento della giusta rotta, ma anche per marcare con la voce il ritmo delle palate, consentendo così al non vedente di sincronizzarsi con i compagni. Naturalmente a livello di attività non agonistica il tipo di imbarcazione non ha più particolare rilevanza, essendo sufficiente la presenza di almeno un altro rematore. Anche la canoa è facilmente praticabile dai disabili visivi, soprattutto nella versione a due (C2), in cui il cieco, collocandosi a prua, può seguire le indicazioni del compagno e collaborare sia nell’ impulso da dare all’ imbarcazione, che nelle correzioni di rotta. Poiché nella canoa viene impiegata una pagaia semplice, non sussistono problemi di interferenza fra i due rematori, cosa che invece può verificarsi nel Kayak a due (K2), scafo meno stabile rispetto alla canoa e in cui si richiede un sincronismo perfetto della voga, dato che si usano le classiche pagaie doppie, con il rischio di incrociarle e di squilibrarsi. Il baseball. Se c’ è uno sport di squadra che richiede un colpo d’ occhio eccezionale, questo è il baseball; esso quindi potrebbe sembrare assolutamente incompatibile con chi non possiede per nulla la vista. E in effetti nessun cieco potrebbe mai fare il lanciatore e tanto meno il battitore nella maniera tradizionale; per questo le regole del gioco sono state modificate e adattate alle possibilità dei giocatori: il battitore non vedente mette in gioco da solo la palla colpendola con la mazza e poi si lancia in una corsa verso le basi, indirizzato con la voce da un allenatore vedente, mentre i suoi avversari, disposti tra seconda e terza base, cercano di raccogliere la speciale palla, riempita di appositi sonagli, per tirarla verso la base, coadiuvati anche in questo caso da un vedente. Il calcetto. Anche in questo caso le regole del normale calcio a 5 vengono modificate per renderle compatibili con la mancanza della vista; esse tendono a favorire la giocabilità e soprattutto a garantire la sicurezza degli atleti. La squadra è composta da un portiere ipovedente o normodotato che durante gli incontri guida la difesa, un allenatore normovedente, seduto sulla panchina all’ altezza del centro del campo, che guida l’ attacco, composto da quattro giocatori non vedenti, i quali portano una mascherina sugli occhi o speciali occhiali oscurati, per azzerare le eventuali residue capacità visive e porre tutti su un piano di perfetta parità. Il pallone contiene dei sonagli che lo rendono sonoro. Il campo utilizzato ha un fondo sintetico e misura 40 metri per 20. Lateralmente, per l’ intero perimetro del campo di gioco sono posizionate delle sponde alte un metro e venti, realizzate in policarbonato, spesse almeno 10 centimetri, distaccate dalla rete di protezione di almeno 20 cm e sorrette da supporti, esterni al campo. Tali sponde evitano che la palla esca fuori dal campo, a meno che il tiro superi la barriera; in tal modo si elimina il fallo laterale e il gioco viene ad esserne velocizzato. In Italia, il calcio per non vedenti ha avuto inizio nel 1985 a Roma, dove è nata la prima squadra. Attività al limite dello sport. Alcune attività che per i normovedenti sono sicuramente da classificare come sportive, se praticate da non vedenti sono da considerarsi più che altro come attività hobbistiche. Come tali, i benefici che da esse possono esserne ricavati sono abbastanza limitati e attengono più alla sfera psicologica che a quella fisica. Così, ad esempio, il paracadutismo e il parapendio, praticati episodicamente da alcuni non vedenti, consistono nell’ affidarsi completamente all’ istruttore, con il quale si agisce in coppia. La partecipazione del non vedente è puramente emozionale e può dare soddisfazione soltanto sotto il profilo del superamento della naturale paura del vuoto, peraltro solo immaginato, e della sensazione di libertà data dal volo. Anche gli sport motoristici praticabili da chi non vede non comportano un’ attività fisica e una preparazione atletica che possa produrre vantaggi sul piano fisico, anche se richiedono una intensa applicazione mentale ed una estrema capacità di concentrazione. Ciò si verifica nel rally automobilistico, nel quale il disabile visivo può ricoprire evidentemente solo il ruolo di navigatore. In tale ruolo egli è chiamato a fornire al pilota in modo rapido e tempestivo e in ogni punto del percorso indicazioni sullo stato del fondo stradale e sulla direzione e raggio di ciascuna curva presente nel tracciato di gara. Tali informazioni vengono tratte dal "road book", ossia un quaderno di appunti ricavati attraverso le prove effettuate prima della gara e realizzato in caratteri ingranditi per gli ipovedenti o in braille per i ciechi. In Italia sono una ventina i praticanti che hanno conseguito un brevetto nell’ abito del progetto MITE, acronimo della parola "insieme" detta in quattro lingue europee; il progetto è nato nel 2000 e prevede la partecipazione di equipaggi con navigatore non vedente a rally di regolarità e sprint. Altra attività hobbistica parasportiva che citiamo più per curiosità che per altro, è il pilotaggio di aerei da turismo: già da una decina di anni esistevano in Francia un paio di scuole di pilotaggio di aerei per non vedenti. Si trattava di pilotare dei piccoli aerei da turismo con l’ ausilio di strumenti con risposta acustica abbastanza semplici e naturalmente a bordo vi era sempre un secondo pilota vedente. Recentemente, poi, un gruppo di ingegneri francesi ha messo a punto Soundflyer, un dispositivo elettronico che consente anche ai non vedenti di pilotare, restituendo sotto forma di suoni i dati di volo: più si sale, più le note sono acute; più si scende, più sono gravi. Se si inclina a sinistra, si riceve un suono solo all’ orecchio sinistro, e viceversa a destra". Il pilota con deficit visivo può inoltre sempre interrogare il Gps grazie ai comandi appoggiati sulle ginocchia, ottenendo risposte vocali circa l’ altitudine raggiunta o la rotta seguita. Naturalmente è sempre presente un secondo pilota normovedente per il controllo dei parametri del motore e per porre rimedio ad eventuali interferenze in volo. L’ età nello sport dei ciechi Sono i giovani non vedenti, ovviamente, a poter trarre i maggiori benefici dall’ attività sportiva, ed il fatto che il numero di essi che vi si dedica sia in continuo aumento è un sintomo positivo anche del mutato atteggiamento delle famiglie. Infatti in molti casi queste, rinunciando ad un dannoso comportamento iperprotettivo, quando non si tratta addirittura di dovere superare una specie di vergogna o di senso di colpa per l’ infermità del figlio, non lo condannano più ad un totale isolamento nell’ inutilmente sicuro ventre dell’ ambiente casalingo, ma lo offrono ad un inserimento nel mondo esterno e ad un confronto con gli altri. Ciò significa affrontare situazioni che possono presentare qualche rischio, ma che sono il presupposto per una equilibrata crescita e per una migliore integrazione sociale. Anche i meno giovani, tuttavia, con le opportune cautele e gradualità possono ottenere ottimi risultati sotto i vari profili prima specificati e sintetizzabili come superamento dei "ciechismi" e acquisizione di una mentalità vincente. . Ausili tecnologici Anche nel settore dello sport dei disabili visivi, scienza e tecnica possono offrire un contributo determinante, sia nel senso di consentire migliori e più sicure prestazioni, sia in quello della sempre maggiore autosufficienza e quindi di un avvicinamento alle modalità di svolgimento delle pratiche sportive proprie dei normodotati. Ne sono esempi i sistemi di navigazione citati sopra a proposito dello sport della vela e del pilotaggio di aerei. Alcuni ausili sono già realizzabili allo stato dell’ arte, come un apparecchio che dia al cieco un punto di riferimento spaziale ben preciso e puntiforme, ben più affidabile di una semplice sorgente sonora, soggetta a rifrazioni e soverchiabile da rumori esterni. Si potrebbe pensare ad una emissione stereofonica, captabile in cuffia e che porti automaticamente il cieco ad indirizzare il capo verso la sorgente virtuale del suono, ben identificabile nel panorama sonoro. Un tale dispositivo potrebbe essere molto efficace ad esempio nella corsa dei 100 metri piani, che si svolge in linea retta; così il cieco non dovrebbe più essere obbligato a restare a stretto contatto con il suo allenatore durante la corsa, eliminando anche il tramite della cordicella attualmente impiegata, che costituisce comunque un limite e non solo psicologico alla piena manifestazione di tutte le sue potenzialità atletiche. Lo stesso dispositivo potrebbe essere efficacemente utilizzato in tutti gli sport individuali che richiedono il mantenimento di una traiettoria rettilinea, come il canottaggio, la canoa, il kayak, nelle versioni "singolo", ecc. Comunque, con opportuni accorgimenti tecnici sarebbe possibile far spostare gradualmente il punto virtuale di origine della sorgente sonora lungo l’ arco dell’ orizzonte, così da guidare l’ atleta non vedente anche nelle curve che deve percorrere nelle gare di velocità prolungata, nel mezzofondo e nel fondo. Ben più ambiziosi e non ancora disponibili, almeno per questo tipo di impiego, sono dei sistemi di guida satellitare che, corredati anche da sofisticati rivelatori di prossimità, potranno in un futuro abbastanza vicino risolvere quasi completamente i problemi di orientamento e di individuazione degli ostacoli, aprendo a chi non vede la strada per praticare in totale autonomia molti sport. Ed è ovvio che ciò risolverebbe innumerevoli altri problemi, anche al di fuori dell’ ambito sportivo. In altri casi si tratta di impiegare ausili già ben noti e disponibili, ma che richiedono adattamenti talora veramente banali: è il caso di una custodia stagna per una radiolina ricetrasmittente che consenta ad un cieco di praticare il windsurf, essendo guidato a distanza. Sarebbe veramente auspicabile la creazione di un centro di ricerca e sperimentazione per avviare a soluzione i problemi qui accennati, tenendo presente che in tal modo si potrebbe ottenere una ricaduta in termini di incremento dell’ autonomia nella mobilità delle persone con disabilità visiva di ben più ampia portata e con rilevanti conseguenze anche sul piano della loro migliore integrazione sociale. |
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